"Quando qualcuno dice
questo lo so fare anch'io
vuol dire
che lo sa Rifare
altrimenti lo avrebbe
già fatto prima."
Bruno Munari
EPIDERMIDE.
Sento di doverti alcune spiegazioni per il mio comportamento di ieri.
Dopo averti accompagnata in ospedale, ti ho colpevolmente abbandonata per un’indeterminata quantità di tempo: sapevo che ancora non era il momento, e per questo mi sono permesso questa libertà, ma soprattutto non sono mai stato lontano da te spiritualmente.
Mi sentivo spaventato e angosciato, quasi avessi realizzato per la prima volta dopo tutti questi mesi quello che “davvero” stava succedendo. Ho sentito la necessità di chiedere un sostegno per un’impresa tanto al di sopra delle mie forze e per la prima volta da anni, ho provato il bisogno di pregare. Così mi sono rifugiato nella piccola cappella dell’ospedale. Ero solo, eccetto una silenziosa suorina che cambiava dei fiori e ho cercato, per quanto ne possa essere capace, di ascoltare il Padre.
Ma non è di questo che voglio parlarti adesso. Non ne sono ancora pronto.
Mentre ero là assorto, il mio sguardo andò a posarsi sul modesto affresco che decora l’abside e mi soffermai a contemplarlo. In un angolo,piuttosto defilato nella scena è rappresentato un santo – credo Bartolomeo o qualcosa di simile – che volge lo sguardo verso il Padre, mentre alcuni angeli mostrano i segni del suo supplizio: le fibre muscolari del petto e della spalla emergono dalla pelle scorticata che viene abbassata, simile ad una guaina.
Mentre attraversavo l’ospedale per correre da te pensavo alla sottile ironia che si celava dietro al fatto di trovare una simile rappresentazione proprio lì: in quel luogo si trovava sicuramente la più alta concentrazione di persone che, in un gioco crudele e dissacratorio, aveva riproposto quel martirio su dei simulacri medici .
Poi, quando ti ho vista così bella nel dolore e nella fatica, tutti questi pensieri sono stati immediatamente spazzati via, ed insieme ad essi anche tutti i miei timori.
Ti chiederai, forse, perché mi soffermi tanto su questi dettagli, che io stesso non esito a definire futili suggestioni della mia immaginazione.
Il fatto è, amore mio, che ieri ho visto nascere una persona, l’ho vista distinguersi da te uscendo dalla tua pelle.
L’ho vista piangere quando la sua pelle per la prima volta è stata sferzata dal contatto con il mondo.
Ed ho pensato:
“La sua pelle ora non è più all’interno della tua, non è più protetta dal calore amniotico che confonde la percezione del confine. Solo ora è vera pelle. Vero rivestimento esteriore di un’interiorità autonoma. Recisa l’appendice che vi legava, è nata un’altra persona. Diversa da me e diversa da te proprio in virtù di quella pelle”.
Perché – vedi – la pelle, è come una porta: ci divide dagli altri ma allo stesso tempo ci permette di comunicare con loro, restando sempre noi stessi. È il nostro nome, il segno visibile, o meglio, tangibile, della nostra presenza umana: senza la pelle, come quel povero san Bartolomeo, il mondo ci vedrebbe solo come agglomerati di tessuti e umori. Di fronte a questo irrispettoso sguardo sezionante perdiamo tutta la nostra dignità, mentre la pelle avvolge un progetto di senso e ne irradia la bellezza. Non è questione di vaga vanità estetica, si tratta di quella bellezza che traluce laddove esiste un’unità di ordine superiore. Al primo sguardo quella piccola vita non era che un mostriciattolo strepitante, con gli occhi chiusi, e ricoperta di un umore vischioso; tuttavia la sua pelle livida si offriva al mio sguardo come il palese segnale di quell’impulso ad esistere, di quella volontà così determinata ad essere al di là di qualsiasi fatica o difficoltà. Il parto ha lasciato tracce sul tuo viso come sul suo, tracce indelebili che andranno a costruire la vostra persona.
Perché la pelle è come la porta di una città, meglio ancora: il portale di una chiesa, il tuo personale sacrario, e la vita ne scolpisce singolarmente i dettagli. Ciascuno può leggere sul candido libro della tua pelle di quella volta che dimentica di te stessa, ti fondesti con il caldo tepore estivo. Ciascuno lo può vedere nelle efelidi che come sulle ali di un coleottero ti punteggiano le spalle.
Perché la pelle comunica la tua persona con il mondo, ma non sempre il mondo ha rispetto per la tua persona.
Il mondo accarezza, ma più spesso sferza, graffia e scortica. E allora il tuo corpo è pieno di cicatrici e ferite: oh, di quale alfabeto dispone per incidere la fragile pergamena del tuo essere ! Eppure ritrovo in quella gentile piega al lato dei tuoi occhi tutti i sorrisi con cui, forse solo per accondiscendere teneramente al mio narcisismo, hai risposto all’ennesima battuta idiota. E invece quell’altra più lunga e sottile, quella, sicuramente, è incisa sul tuo volto dalla volta in cui non riuscivamo più a smettere di ridere per non so quale sciocchezza, e i miei genitori ci hanno presi per pazzi, di certo, perché non potevamo spiegare quella semplice regressione all'età infantile.
Invece quella ruga agli angoli della bocca è il segno della tua disapprovazione di fronte alle menzogne con cui cerco di evitare le difficoltà.
Infine, quei piccoli solchi sulla fronte, quasi impercettibili, quelli risalgono agli anni dell’università, quando ancora non avevi guadagnato il tuo rispetto per te stessa: sfogavi il tuo odio accanendoti su ogni più piccola imperfezione, rendendo la tua pelle il campo di battaglia di una devastante guerra interiore.
Tutte le volte che ho cercato di penetrare una persona, il mistero della sua pelle, tutte le volte ho provato la tentazione di infrangere questa fragile corazza: ricordi le unghie che affondavano nella carne, nei maldestri amplessi adolescenziali? La passione impediva di scorgere che non si trattava di possedere ma di fondere e fondare una nuova unità, un nuovo nome e una nuova pelle. Le porte si serrano di fronte all’invasore, ma si spalancano a chi vuole entrare a far parte della città.
Mia figlia, oggi si abbandona lievemente, sicura nel caldo abbraccio paterno mentre accarezzo ipnotici arabeschi sulla sua pelle diafana: le sfioro appena il profilo della schiena, quasi senza toccarla, e questo fragile confine di due umanità lascia trascorrere tutta l’immensità del sentimento. Quell’infinito che la mia mente non può accogliere si concentra nello spazio fra le mie dita e la sua sottile epidermide.