in silenzio

"Quando s'avvicina la fine non restano più immagini del ricordo; restano solo parole. Parole, parole sradicate e mutilate, parole di altri, fu la povera elemosina che gli lasciarono le ore e i secoli." J.L. Borges
giovedì, 24 novembre 2005

S. Marco da Otranto

A furia di pregare  il mio santo protettore (e non solo) mi hanno fatto la grazia: da stage a co. co. pro! A parte gli scherzi, per la cronaca non potevano più rinnovarmelo perchè laureata da oltre 18 mesi. Sono molto contenta anche se cerco lo stesso qualcosa di meglio. Sono molto contenta perchè a lavoro ora me ne sbatto e faccio come tutti gli italiani che passano la maggior parte del tempo a cazzeggiare in rete. In più ho un sacco di voglia di scrivere come mi capita sempre quando sto in brutte situazioni, ma non di autocommiserarmi. E poi sono contenta perchè ho messo l'autoradio sulla Panda! Cioè mi sono portata una radio con mangiacassette a pile sulla mia scassatissima macchina. Così capita di vedermi passare la matttina cantando a squarciagola con queste vecchie cassette di tempi del liceo. Settimana scorsa ne ho trovata una  demenzialissima  Voodoo Glow Skull da un lato e Screeching Weasel dall'altro!!!

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giovedì, 24 novembre 2005

Peindre ou écrire ce n’est pas une manière de peindre ou écrire.
C’est une manière d’être.
Jean Cocteau

Quest’oggi desidero parlarvi di un artista pressoché sconosciuto alla meschinità della critica contemporanea, un genio incompreso che ha dedicato tutta la sua vita alla costruzione di un'unica opera d’arte: la sua casa.
Tuttavia, Giovanni Tuma non è un architetto, come i più avranno pensato: egli utilizza la casa come metafora per esprimere il suo mondo interiore al di là di qualsiasi modello di abitabilità, al di là di qualsiasi funzionalità. La casa è  tutto:scultura e dipinto, scenografia e testo, commedia e dramma, rappresenta la totalità della vita.

 La casa del Tuma è sita in località Sannicola, nella magnifica terra salentina che diede i natali al coraggioso artista. Apparentemente indistinguibile dalle case tipiche di questa zona la casa si sviluppa a partire da un'unica stanza a pianta centrale con un’imponente volta a stella. Intorno ad essa è cresciuta, grazie alla perizia del Maestro, e si è amplificata la casa, in un proliferare di spazi surreale ed onirico degno di un Gaudì in acido.

 Perché mantenere un elemento pre-esistente all’interno d quest’opera totale? La stanza a volta rappresenta la materia prima che inevitabilmente l’artista-demiurgo deve fronteggiare ed in qualche modo domare in quanto il suo atto creativo non è mai ex nihilo e non può aspirare a questa prerogativa divina. L’artista si pone dunque nell’ottica dell’imitazione senza ubrys accettando la sfida della materia: egli imporrà ad essa le forme ideali che rappresentano la sua interiorità, incarnandole.
Allo stesso tempo la volontà di mantenere quella stanza simboleggia il rapporto dialettico che si instaura tra tradizione ed innovazione nella poetica dell’artista salentino. Volontà di recupero e di superamento in una sensucht che aspira all’infinito.
Il lavoro dell’artista inizia quindi con la volontà di valorizzare la volta a stella, con i suoi complessi significati esoterici  e astrologici, attraverso una decorazione ad affresco dai colori caldi e tenui. Ben presto la personalità dell’artista prende il sopravvento sulla materia donando alla casa una vera e propria anima. La casa, che è una vera casa, deve essere abitata e necessita  quindi di acqua e corrente elettrica: ed ecco che i fili dell’impianto elettrico iniziano a correre su tutte le pareti, in superficie, appena coperti da un sottile strato di vernice, quasi arterie e vene di un complesso sistema circolatorio. La casa diventa “animale”, un organismo dotato di vita e di una sottile pelle di vernice rosa, calda e pulsante.

Dalla blastocisti si moltiplicano le cellule ambientali, stanze secondarie, d'improvviso si abbassano per poi alzarsi nuovamente, senza una parete a piombo, senza un punto di riferimento con un effetto di straniamento che ci porta a guardarci dentro.

E poi l'interno che diventa esterno con lo spazio del giardino che tenta di invadere il bagno, infiltrando dalla finestra le foglie di un rampicante ed una cicala che dall'angolo con la migliora acustica, riempie  ogni dove con uno straziante sibilo che perfora i timpani e fa vibrare oltre misura ogni fibra.
Man mano che l'artista proseguiva per addizione, in contrasto con le contemporanee posizioni decostruzionistiche, aggiungendo parti alla sua creazione si faceva viva in luil'urgenza di affermare il gesto artistico anche al di là della forma: la purezza del gesto, ma senza perdere il contatto con la semplicità del lavoro che gli è coessenziale. Sudore e genio, ispirazione e traspirazione: ecco il significato dei "Chiodi" con i quali l'artista torturava le fragili pareti della sua casa.
Forse ispirato dalle tele di Fontana, egli articola così il suo nuovo concetto spaziale: i chiodi guidano le linee direttive dello sguardo nello spazio interno della casa così come le scale e i pianerottoli nello spazio esterno.

Tanto surreale e onirico lo spazio interno quanto ordinato e geometrico quello esterno: le scale collegano le lambie su più livelli, i soffitti piatti e squadrati delle stanze posti a diverse altezze, con un rigore geometrico alla Mondrian che sembra richiamare una razionalità profonda.

Purtroppo, sembra dirci l'artista, questo senso non c'è: è questo mi sembra un po' il significato profondo di tutta questa spatafiata.

( Da rivedere quando ho tempo)

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sabato, 19 novembre 2005

Qualcuno mi spiega perchè il mio blog è caduto tanto in basso?
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sabato, 19 novembre 2005

Deliri onirici. 3° episodio

Riprendemmo la fuga, in una corsa disperata, con il fiato del bestio sul collo, fino a raggiungere il bosco. Tutti furono concordi che inoltrarsi nel folto di quel bosco fosse il modo migliore per far perdere le nostre tracce.Tutti furono concordi, ma io non ero molto entusiasta: solo in quel momento mi ero accorta di essere uscita scalza!
Riluttante, iniziai a correre con gli altri tra sassi spigolosi e terreni accidentati di ogni tipo.
Al termi nedella nostra corsa a perdifiato e al termine del bosco, approdammo ad una radura e ad un'ampia strada  sterrata. In fondo alla strada, dritto di fronte a noi, un edificio in legno, sembrava di essere nel vecchio west !, con alcuni negozi.
I rumori del bosco ci avvertivano dell'avvicinarsi del nostro inseguitore così decidemmo di infilarci in uno di quei negozi:prendemmo la porta a destra, che dava sul retro di una libreria. La libreria era un labirinto su più piani con scale e scivoli, come quel vecchio gioco da tavola, tra gli scaffali ricolmi di libri. Sull'atrio in cui ci trovavavmo si aprivano due porte con due stanze identiche e simmetriche. Io imboccai la porta a sinistra. Purtroppo trovandoci a percorrere quegli strani spazi all'inverso dovemmo risalire uno scivolo, uno stretto tubo in plexiglass dalle pareti liscie e trasparenti.  Mi sembrò comunque ancora un'ottima idea per mettere i bastoni fra le ruote a un essere che non sembrava troppo intelligente o agile.
Ci trovamm finalmente nel mezzo della vera libreria, affollata di libri e di persone. Facendoci largo fra la calca riuscimmo a trovare l'uscita, esattamente sul lato opposto dell'edificio, rispetto al passaggio da cui eravamo entrati.
Purtroppo l'edificio dava accesso ad un giardino inesorabilmente chiuso da un alta cancellata. La nostra corsa sembrava finita!
In un angolo del cortile stavano accampati tutta una schiera di mendicanti, straccioni o forse malati. Gente bizzarra che aveva costruito un surrogato di casa tendendo qualche tela cerata e stendendo sull'erba un po' di coperte. Iniziammo a riflettere se passare la notte insieme a quella gente, confondendoci tra la gente.
 Fu a quel punto che un po' per curiosità un po' per infilarmi uno straccio che mi aiutasse a mmetizzarmi tra quella gente, decisi di infilarmi la maglietta. Accidenti, pensai, quanto è stretta! Mi ci volle un attimo per capire che con quella maglietta indosso avevo assunto poteri taumaturgici! Era sufficiente che imponessi le mani e la malattia scompariva miracolosamente. Non appena quella gente si accorse di questa mia eccezionale capacità, una lunga fila di malati lamentosi suplicava la guarigione. Feci il possibile, poi decidemmo che dovevamo proprio andarcene.
La cancellata era un rischio che potevamo correre, ora che potevo guarire i miei compagni da qualsiasi caduta. Per altro, non ci eravamo accorti che, per quanto alta ,c'era un angolo in cui facendo puntello su un muretto si riusciva a inerpicarsi fino in cima.
Quando mi trovai in piedi, a piedi nudi!, in bilico su quel vertiginoso ostacolo mi accorsi che la reale difficoltà era il salto, anche perchè dopo la prima cancellata se ne trovavano altre due, più basse ma impossibili da scalare perchè prive di qualsiasi appoggio. Il nostro salto doveva quindi svilupparsi in lunghezza, pur partendo da quell'esile appoggio ( e a piedi nudi!). Delle voci ci avvertivano di affrettarci e lo scompiglio tra i mendicanti ci fece capire che stavano cercando di trattenere e distrarre l'energumeno.
Saltammo non c'era altra scelta! Solo uno di noi incespicando nella terza cancellata si era fatto male a una caviglia, ma immediatamente, forte delle acquisite doti di guaritrice, lo rimisi in piedi.

 

A questo punto, non per darvi una delusione, però mi stavo svegliando e mi ricordo solo un finale un po' idiota in cui l'assassino ci raggiungeva e finiva un po tutto a tarallucci e vino: del tipo su ragioniamo, volemose bene e siamo tutti amici. Ma la tensione era tanta che credo di aver addolcito un po' le cose. Non è che qualcuno vuole propore un degno finale?

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venerdì, 18 novembre 2005

Deliri Onirici. 2°episodio

Come immaginavo l'energumeno si era presentato a casa mia, ma sotto le sembianze di Marco. Dovevo fingere indifferenza, ma allo stesso tempo far capire ai miei familiari che quello non era l'amorevole fidanzatino  che conoscevano, ma un pazzo sanguinario, un determinato e feroce assassino.
Con un certo ribrezzo mi fingevo premurosa e sdolcinata verso il bestio, ma appena volgeva le spalle mi profondevo in smorfie e mimi, per comunicare e per sfogarmi. La situazione sembrò precipitare quando l telefono squillò: sapevo che era Marco, il vero Marco. Senza titubare sollevai la cornetta: "Pronto, Asdrubale! sei tu! Ma quanto tempo è passatao! Come te la passi, vecchia canaglia?" Non potevo certo rischiare che il mio nemico si sapesse scoperto e commettesse una strage lì su due piedi.  Marco , grazie a Dio, intuì qualcosa e mi resse il gioco.
Con la scusa di una  romantica passeggiata  lo convinsi , infine, a liberare la mia famiglia da quella spada di Damocle. Lo condussi abilmente verso la mia via di fuga: cominciai a correre lasciandolo allocchito (la sua prontezza di riflessi e di reazione non era certo invidiabile) e mentre ancora sentivo cigolare i poco oliati ingranaggi del suo cervello,  infilai un portone, certa che per un po' avrebbe perso le mie tracce. Ero in un labirinto di cemento sotterraneo: le cantine e i box di un complesso residenziale.Mi arrampicai nello stretto tunnel del condotto di aereazione e cominciai a gattonare silenziosamente  agognando l'uscita. Il cinghiale non sarebbe mai riuscito ad infilarsi in un passaggio così stretto!
All'improvviso delle urla agghiaccianti fermarono la mia corsa a 4 zampe: spiavo da una grata il mio inseguitore, tornato alle sue abituali sembianze, mentre faceva a pezzi a colpi di accetta due donne colpevoli unicamente di sbarrargli la strada. Feci un (silenzioso) respiro profondo e attesi che l'energumeno mi superasse, facendomi a mia volta invisibile inseguitore: quando lo vidi guadagnare l'uscita ed allontanarsi rapidamente nella direzione che lui riteneva avessi imboccato, saltai giù aprendo la grata e  tornai anch'io alla luce del sole.
Uno sparuto gruppo di amici, forse preoccupato per il mio comportamento di quel giorno ,era venuto a cercarmi, con Marco a far da guida: dopo un breve ragguaglio decidemmo che l'unica cosa da fare era continuare a fuggire.
Io continuavo a tenere la maglietta infilata nella giacca, ache se adesso me ne ero quasi dimenticata: questioni di sopravvivenza!

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martedì, 15 novembre 2005

Deliri Onirici.

Constatato che non ho mai abbastanza tempo per finire di scrivere il mio lunghissimo sogno, o meglio quando ho abbastanza tempo preferisco rimettermi a dormire, ho deciso di scriverlo a puntate. Avvertenza: devono avere affidato la regia dei miei sogni a Ed Wood.

 Stavo dondolando sulla sedia, sfogliando annoiata giornali a fumetti, quando all'improvviso, dal nulla si mterializzo quell'involto morbido: un pacchetto chiuso con dello spago povero e grigio, ma da cui emanava un grande potere. Immediatamente lo imboscai sotto la giacca. Poi sentendo dei rumori provenire dalla scala mi nascosi dietro alla credenza. L'energumeno, una specie di enorme uomo cinghiale dalla pancia prominente e dalla testa glabra, si diresse senza esitazione verso l'antro dell'entità a cui io dovevo fare la guardia. L'entità, ormai svilita dei suoi superpoteri e resa inerme dietro un campo magnetico, ancora era in grado di terrorizzarmi quando si spingeva con ira contro le sbarre invisibili della sua prigione ed, alquanto incazzata,  faceva apparire il suo viso trasfigurato tra  fiamme bluastre ed arancio.
L'energumeno invece appariva come soddisfatto di quello spettacolo ed esultante per quello che si accingeva a compiere: aprire la gabbia magnetica ed unirsi all'entità per comiere i suoi malevoli piani.
Mentre urlavano per la gioia malvagia di quel immondo coito, io mi stringevo forte al petto quel morbido involto che intuivo prezioso e pregavo che non mi scoprissero, rannicchiandomi finchè non mi formicolavano tutti gli arti.
Per fortuna se ne andarono in fretta, cosa che mi fece arguire che avevano già in mente qualcosa. Ora sapevo che quel cinghialone, reso proteiforme dall'unione con quell'altro malvagissimo essere, stava cercando qualcosa e quel qualcosa era in mio possesso: me lo aveva trasmesso telepaticamente l'oggetto stesso che sembrava pulsare sotto la giacca. Aprii l'involto scartando la carta da pacco e rompendo coi denti lo spago: con mia grande delusione al suo interno non trovai altro che una t-shirt, una stropicciata t-shirt nera, come quelle che vendono ai concerti, stropicciata e malridotta, come se fosse passata da troppi lavaggi pesanti, tant'è che il disegno giallo che aveva impresso era praticamente illeggilbile.
A casa sapevo che avrei trovato il mio nemico sotto false spoglie. (SEGUE)

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martedì, 15 novembre 2005

Barzelletta.

Dopo sei mesi di  sfruttamento nella casa editrice si avvicina finalmente per la stagista il momento della resa dei conti.
Il capo tuttavia continua a latitare: non si fa trovare, fa finta di non vederla nei corridoi e  la ignora.
La stagista allora si fa coraggio e formula la fatidica domanda, se non con il capo supremo almeno con il suo diretto superiore (o tutor che dir si voglia): "allora che ne sarà di me?"
Dopo qualche giorno di attesa il tutor, palesemente imbarazzato per lo scomodo incarico che gli è stato rifilato  fornisce risposta all'amletico dubbio:  "Ecco, cara stagista,...noi avremmo pensato di prolungarti lo stage per altri sei mesi, con un piccolo aumento simbolico. In compenso però ti faremo lavorare di più per farti acquisire una maggiore professionalità. Certo dovrai continuare anche a fare i lavori al di sotto delle tue potenzialità per cui ti abbiamo sfrutt...ehm ... che hai fatto fin'ora. D'altra parte non c'è nessun altro che può farli, perchè qui non si assume preprio nessuno. La casa editrice è nuova e quindi... Io stesso non sono così sicuro di questo posto, potrebbero trovare qualcuno che costa meno di me, più giovane e con una maggiore esperienza... Quindi non ti aspettare che alla fine di questi ulteriori sei mesi ci sia l'assunzione. D'altra parte noi lo facciamo per te... per darti la possibilità di cominciare a guardarti in giro...Se trovi qualcosa di meglio sono io il primo a consigliarti di andartene..."
"Grazie!"

 

Penso che me ne andrò.

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