Ogni tanto la mia mente mi gioca strani scherzi. Inaspettatamente, tira fuori dal magico cilindro della delle cose dimenticate un ricordo . Un ricordo secondario, un momento non così importante da rimanere impresso con forza ma che riemerge d'improvviso e con un po' di prepotenza dalle nebbie dell'oblio. Chi mi conosce sa che ho una pessima memoria e generalmente alla domanda "Ti ricordi quella volta che...?" devo rispondere imbarazzata che no, veramente non mi ricordo proprio. Resto dell'idea che quando si fa un po' di pulizia tra quei 3 o 4 neuroni che mi rimangono, saltano fuori le cose più strane.
Ieri sono andata in merceria, nel mio paese. Non è che mi capiti spesso di frequentare questo tipo di negozi. Probabilmente è stata questa la mia madeleine...
Avevo circa 12 anni - che anni intensi e pieni di emozioni - quando con la mia amic
a di sempre (attualmente madre di 3 bambini) siamo entrate nella merceria di via Carlo Romanò per comprare l'oggetto dei nostri desideri: un rossetto rosa opalescente, che aveva l'astuccio rosso con una striscia di metallo argentea. Me lo ricordo come se l'avessi tra le mani. E mi ricordo l'anziana signora che ce lo ha venduto: alta e asciutta, con un caschetto grigio e la voce vellutata. E poi con quel rossetto, tutte tronfie del nostro acquisto ci abbiamo giocato tantissimo. Immediatamente a casa mia ci siamo vestite e pettinate da ragazze grandi (o almeno in quel modo ridicolo con cui le ragazzine tentano di scimmiottare le ragazze più grandi...): io avevo una fascia nei capelli lunghi - io che li avevo sempre dovuti tagliare corti - e Carmen invece li aveva appena tagliati da maschaccio. Poi abbiamo fatto delle foto. Una devo averla ancora: cacciavo due dita negli occhi ad una ragazzina dalla fluente chioma rossa su un poster dell'Irlanda, mentre con l'altra mano reggevo un cartello con la scritta "Morgan", ad indicare la rassomiglianza con un nostro compagno di classe pel di carota.
E poi da lì tutto un fiume di ricordi lontani. Di quando dopo la scuola passavamo il pomeriggio al negozio della madre di Carmen, una macelleria equina, nel centro di Cesate e disegnavamo sulla carta azzurrina per alimenti e poi uscivamo girando per le vecchie corti di Cesate. E poi abbiamo iniziato ad andare a suonare alla banda e lì c'erano Fabrizio, Veronica e Sapienza che ci lanciava sempre le golia. E passavamo il pomeriggio un po' a suonare un po' a fare gli stupidi e soprattutto ad innamorarci. Mi ricordo la travagliata storia d'amore tra la Pons e Fabrizio con la madre di lei che non la lasciava mai sola per timore che si appartassero e la seguiva dappertutto. E mi ricordo che io mi ero innamorata per un giorno del mio futuro amante, che all'epoca avrà avuto 20 anni circa, che veniva a giocare con gli allievi. Mi ricordo anche che devo avergli detto qualcuna delle mie battute pungenti. Di quelle che mi fanno rovinare le amicizie già in partenza.
Penso che questi anni siano stati gli anni più sereni della mia vita, un po' mi mancano...
Ieri sera sono andata a trovare mia nonna in ospedale.
In una settimana è diventata un pallido fantasma della persona che era.
Ripeteva : "Non dico niente".
Significativo per una che come lei ha sempre vissuto con la gioia della parola e del racconto.
Lei, che voleva sempre l'ultima parola e possibilmente anche la prima. Combattiva e testarda. Ironica e pungente.
Ora giace in questo silenzio rassegnato. Lo sguardo spento e perso in un abisso di oblio senza pace. Ogni tanto sorride, di quel sorriso che vuole nascondere la voglia di piangere. O forse senza nemmeno più lacrime. Ha abbandonato anche il suo orgoglio: non si domanda più, non cerca di ricostruire o di ragionare o persino di inventare, laddove la memoria non viene più in suoi aiuto.
Non nega più l'evidenza, non mente, non confonde, non tenta di spiegarti come stanno veramente le cose: "Dimmi tu, io non lo so".
Sembra aver utilizzato l'ultimo barlume di coscienza per accettare il suo totale stato di incoscienza. Con triste rassegnazione.